CRESCE LUNGO IL CAMMINO IL SUO VIGORE

QUANDO IL CANTO S’INNALZA VERSO L’“ALTO”

LA BELLEZZA DEL CANTARE

In una piccola scultura di legno un’allodola spicca il volo e due parole latine l’accompagnano: «Elevata canit». Così in una abbazia del nord Italia Quasi ad indicare il distacco, faticoso ma necessario, dalla terra per salire verso l’alto: incontro alla bellezza. La bellezza del cantare nella Liturgia è un elevarsi, non sempre facile e istintivo, verso la Bellezza: verso il Mistero che si dona a chi “si innalza” per aprirsi all’incontro. A proposito di canto e di musica nelle celebrazioni leggiamo norme e suggerimenti nelle Introduzioni al messale e ai libri liturgici, il cui senso - a ben capirlo - è proprio nella linea di una bellezza “rituale” che non è imprigionata dalla bellezza “estetica”; da questa la prima si distacca perfino sfuggendole (quasi annullandola): come in un “bel” canto eseguito da tutta un’assemblea dalle voci spontanee e disparate, in un momento liturgico festoso; come in un vigoroso «Noi canteremo gloria a te» o in un intercalato «Gloria in excelsis Deo»: che cosa ormai di più noto e di più abituale? Si tratta di un canto “esteticamente” bello? Eppure … è bello! È “bello” allora il canto o l’azione del cantare, la musica o il rito con quella musica? 

C’è da credere che la sapienza celebrativa (v. Sinodo diocesano 47°, 52) conduce il cantare - insieme al parlare - verso la bellezza e verso l’alta qualità celebrativa, la quale non potrà che essere un’umile qualità celebrativa nella ricerca e nell’accoglienza del Mistero santo di Dio.  

  Volendo cercare di offrire una descrizione o di rilevare il significato della bellezza del cantare nella Liturgia, possiamo paragonarla a un mosaico dalle tessere policrome che nel loro insieme fanno emergere un’“alta qualità” musicale-liturgica. Essa deve evidenziarsi attraverso più elementi ovvero: il momento rituale, la forma musicale, l'equilibrio strutturale, il cantare gradevole ed educato. Sono queste le tessere policrome che la corale ha posto come obiettivo per quest'anno pastorale 2018/19 seguendo anche le indicazioni pastorale del nostro Arcivescovo nella lettera Pastorale:" Cresce lungo il cammino il suo vigore"

La forma musicale

Conseguenza di quella “incarnazione” è certamente la necessaria diversità di linguaggi della musica per la Liturgia. Le forme o i generi musicali introdotti nelle celebrazioni devono seguire le norme canoniche (e prima ancora interiori) che reggono i vari tessuti celebrativi: inno,responsorio, litania, acclamazione, dialogo fra ministri e assemblea, fra solisti e tutti, fra coro e popolo, fanno parte di quella policromia musicale che, ben dosata e alternata, porta all’alta qualità del celebrare di una Chiesa che è nata canora, come scrive P. Gélineau riferendosi a Paolo in Col 3,16 e Ef 5,18-19: «L’autore intende: cantate fra voi ogni genere di canti, sia più melodici sia più ritmici, purché ciò avvenga nello Spirito santo. Questo programma è anche il nostro: canti di forma varia, utilizzati con fede illuminata, sostenuti dai gemiti ineffabili dello Spirito, nel nome di Cristo, per la gloria del Padre.

L’equilibrio strutturale

C’è un’armonia dell’azione celebrata che deve apparire dall’intreccio dei segni liturgici, in tutta la loro varietà e nel loro succedersi: parola, canto, musica strumentale, silenzio, gesti e movimenti devono dialogare senza prevaricarsi o scomparire nell’ordo rituale della Messa, degli altri sacramenti, della Liturgia delle ore. “Ordo”: dice anche struttura ordinata nella successione dei vari momenti e delle diverse componenti rituali. È l’“armonia” che si ascolta e che si vede nella Liturgia «insieme seria, semplice e bella - dicono i nostri Vescovi - che sia veicolo del mistero». Quando la Liturgia è così, c’è trasmissione spirituale, partecipazione favorita anche dal raccoglimento, perfino piacevolezza di visione e di ascolto. Non è chi non veda come in questa serietà, semplicità e bellezza il canto e la musica abbiano una grande parte. Al di là della qualità musicale, soprattutto nelle domeniche e nelle feste occorre puntare ad una calibratura che sappia unire ampiezza musicale a sobrietà celebrativa. Ecco alcuni rischi e qualche suggerimento. I riti di introduzione accusano pesantezza quando a un solenne canto d’ingresso segue il canto dei Kyrie nell’atto penitenziale e del Gloria. Un canti troppo lungo (con tutte le sue 8 strofe o versetti) non ingenera percezione di bellezza ma noia e rallentamento dell’azione liturgica; più canti alla comunione - per “riempire” il tempo della distribuzione dell’Eucaristia - tolgono spazio al silenzio accompagnato o no da interventi strumentali; una celebrazione con eccessivi canti “propri” non è che assicuri una migliore  autenticità e bellezza rispetto a quella in cui si dà la precedenza ai dialoghi, alle risposte, alle brevi acclamazioni dell’”ordinario”. E perché non dare più posto agli strumenti in funzione solistica, per esempio, con brevi interludi (magari ben “improvvisati”) fra una strofa e l’altra di un inno? La regia, il ruolo degli attori musicali, la possibilità di scegliere in un ampio repertorio, la sapienza nel tessere fra di loro i riti grandi e piccoli, una premurosa dedizione al ruolo del coro ma anche alla partecipazione dell’assemblea: ecco sulla tavolozza liturgica i colori che dipingono la Liturgia “insieme seria, semplice e bella”.

Il cantare “gradevole”

Questo aggettivo, per esprimere una certa bellezza del cantare (e in genere del fare musica) nella Liturgia, è sicuramente improprio, ma può essere utile per dire una sensazione globale in chi partecipa alla celebrazione, sia come esecutore che come uditore. Innanzi tutto la successione melodica dei canti deve essere complessivamente “appagante”, benché in qualche modo diversa e distaccata dalla musica invasiva abitualmente ascoltata e praticata “fuori chiesa”. La tensione verso il Mistero (non ridotto alle proprie dimensioni - dice Giovanni Paolo II - ma accolto con profonda apertura) induce a un altro orecchio, ad una specie di gusto musicale superiore. Tale gradevolezza deve essere prodotta in particolare da una esecuzione il più possibile corretta e garbata, da un “cantare bene” regolato da una buona interpretazione e conduzione del canto, non abbandonato a se stesso  specialmente quando al canto è chiamata tutta l’assemblea liturgica: insomma, un “cantare decoroso” come si addice al popolo di Dio che con la sua partecipazione esprime una preghiera nobile e rispettosa: «Domine, dilexi decorem domus tuae”» (Signore, ho amato il decoro della tua casa). 

Il cantare “educato”

Se nella Liturgia il parlare deve variamente adeguarsi alla diversità dei testi, ed in particolare corrispondere alla santità della Parola, così da esigere una pedagogia che alleni intelligenza e voce, ancor più rigoroso deve essere l’impegno nell’esecuzione del canto e della musica in genere. Da qui la preoccupazione di elevare il più possibile il livello musicale delle nostre assemblee e specialmente dei loro animatori: scholae cantorum, guide del canto, salmisti.

In una rivista per gli animatori musicali della Liturgia, parlando di “una certa bellezza” l’autore scrive: «Il canto non è un soprammobile, ma il vertice del gesto celebrativo: in lui si sintetizzano espressione e comunicazione, ampiezza e respiro, festa dell’orecchio e del cuore, pienezza di partecipazione. Ne nascono (ne dovrebbero nascere) il solenne, il festivo, il gioioso, l’unanime, ricchi di calore (“pietà”) e di profonda adesione (“fede”). Ogni deficit, ogni lacuna in questa calorosa partecipazione imbruttisce l’evento, è una vera ferita alla bellezza» (E. Costa). 

"Propongo che l'anno pastorale sia vissuto come occasione propizia  perchè le comunità e ciascuno dei credenti della nostra Chiesa  trovino modo di dedicarsi agli "esercizi spirituali" del pellegrino. Gli esercizi che raccomando sono l'ascolto della Parola, la partecipazione alla celebrazione eucaristica , la preghiera comunitaria e personale"

"I testi biblici che propongo  come riferimento per la lectio sono i Salmi"(Cresce lungo il cammino il suo vigore -Lettera Pastorale . M Delpini)

Proposte

  • canti liturgici che richiamano la Parola
  • particolare attenzione alla proclamazione dei salmi
  • ampliamento del repertorio prendendo spunto dal libretto dei canti
  • ordinazione presbiterale di Davide, Nello specifico dal libretto parrocchiale cercheremo di apprendere ed eseguire i seguenti canti: Nn: 24   42   51    92   105   110    120   122   200   204   245   269    304   310   

Canti conosciuti che celebrano la Parola:

  1. Eccomi (salmo 39)
  2. Chi ci separerà (Rm 8)
  3. Il cielo narra... (Salmo 18)
  4. all'acqua della fonte
  5. Dove la carità
  6. Cantate al Signore
  7. La mia casa
  8. A Betlemme di Giudea
  9. In notte fonda ...
  10. Miserere (salmo 50)
  11. Sono risorto

Testi di riferimento: CANTEMUS DOMINO, REPERTORIO NAZIONALE, PSALLITE DEO NOSTRO.


CAPIRE E VIVERE LA LITURGIA: IL CANTO

Documento creato dal gruppo liturgico decanale

L'antichità cristiana non ha dovuto far altro che seguire i consigli di San Paolo, che faceva seguito alla tradizione biblica, per fare del canto una espressione normale della preghiera liturgica: “Cantate a Dio di tutto cuore con riconoscenza, con Salmi, inni e cantici spirituali” (Col 3,16 e cfr. Ef 5,19). In più , noi troviamo nelle lettere dell'Apostolo preziose testimonianze di canti liturgici della comunità primitiva.

Il canto è segno di gioia, particolarmente adatto al ringraziamento, come dice San Giacomo: “Qualcuno è contento? Intoni un cantico!” (5,13). Anche il libro dell'Apocalisse testimonia che la Chiesa del Cielo esprime con il canto al riconoscenza per la Redenzione e la lode al Signore (Ap 4,8.11; 5,9-10; 15,3-4 …).

Il canto è considerato come espressione della unanimità dei sentimenti, provocando con il ritmo e la melodia una fusione di voci come se si trattasse di un'unica persona.

Il canto è coinvolgimento del nostro corpo nella preghiera, perchè tutto il nostro essere lodi il Signore.

Il canto dona alle parole più forza e intellegibilità, permettendo di apportarvi una adesione più intensa e di meditare più profondamente.

Infine, la musica; sia vocale che strumentale, crea un clima di festa e, a volte, di trionfo, che rafforzano la fede dei credenti.

La difficoltà sta nel mantenere canto e musica nel loro ruolo di servizio all'azione liturgica perchè la celebrazione non diventi luogo di sfoggio di bel canto o di protagonismo.


LA LOGICA DEI CANTI

I canti "della" Messa

Sono i primi che ogni assemblea e Scholae deve conoscere e applicare.

Si chiamavano, e ancora si possono chiamare i canti dell’Ordinario (Gloria, Alleluia, Kyrie Eleison, Amen, Ascoltaci Signore, Annunciamo, Ogni volta, Tuo è il Regno, Credo, le risposte ai saluti del sacerdote e dei ministri, Santo, Padre nostro…). A questo canto sono chiamate le nostre assemblee prima ancora dei canti processionali di accompagnamento: per questi vi è largo spazio da affidare alle Scholae Cantorum, che peraltro non devono “disdegnare” di sorreggere il canto acclamatorio del popolo. Leggiamo in uno dei primi documenti del Concilio (Istruzione alla musica nella sacra liturgia – 5 marzo 1967) : “ Non c’è niente di più solenne e festoso nelle sacre celebrazioni di un’assemblea che, tutta, esprime con il canto la sua pietà e la sua fede. Pertanto la partecipazione attiva di tutto il popolo, che si manifesta con il canto, si promuova con ogni cura seguendo quest’ordine: prima di tutto le acclamazioni, le risposte ai saluti del sacerdote e dei ministri…(n. 16). La nuova raccolta di canti ambrosiani Psallite Deo Nostro intende rispondere a tale esigenza e favorire questa partecipazione “popolare”.

I canti "nella" Messa

Al secondo livello di priorità si colloca la musica che non usa necessariamente il testo liturgico, ma rinforza l’azione liturgica dandole una visibilità più completa.

Il canto di ingresso serve ad accompagnare l'inizio della celebrazione attraverso il venire solenne dei ministranti, del celebrante e, se possibile, dei lettori all'altare. Dovrebbe mettere in risalto la dimensione di Chiesa, di comunità, di gioia nel ritrovarsi per e con il signore, o celebrare il particolare momento liturgico che si sta vivendo.

Il canto di offertorio accompagna la processione con cui si recano all'altare i doni del pane e del vino: è lo scambio tra “la nostra povertà e la ricchezza di Dio”. Celebra anche la nostra fraternità, se si vuole sottolineare lo scambio della pace, la riforma liturgica ha abolito il versetto del canto all'offertorio per farci intendere che, se non ci sono offerte da portare all'altare perchè già poste sulla mensa (come spesso capita nei giorni feriali), non si deve fare il canto di offertorio. Si inizi subito senza attendere la fine della processione di offerta.

Alla comunione i fedeli dovrebbero uscire ordinatamente dal loro posto per recarsi a ricevere il pane eucaristico. È la processione più solenne perchè testimonia la nostra realtà di popolo in cammino verso la Patria Celeste, nutriti dal viatico che ci viene dato, come già la manna del popolo ebraico nel deserto. Questo canto deve avere sempre un contenuto “eucaristico”.

Il canto finale è oggetto di contesa; c'è chi dice che è un non-senso perchè dopo aver detto alla gente le parole “Andiamo in pace” la tratteniamo ancora. Ma c'è chi dice che avrebbe senso se accompagnasse la processione di uscita del celebrante dalla chiesa. Il canto testimoni la gioia di avere incontrato il Signore e di essere stati istruiti dalla sua Parola anche a coloro che sono fuori dalla chiesa. È il senso dell'Ite Missa est del rito romano: la vostra vita di ogni giorno, nelle vostre case e nel lavoro, sia continuazione della celebrazione eucaristica. Si è pensato opportuno mantenere il canto finale, soprattutto mariano o, dove si ritiene più conveniente, fare una suonata di organo.


Alcune norme pratiche

  1. Protagonista del canto deve essere l'assemblea, non la corale. Dice il Sinodo: “Le Scholae Cantorum, da favorire in ogni parrocchia, siano al servizio della partecipazione di tutta l'assemblea, non sostitutive di essa”. Questa ha il compito di guidare e sostenere il canto del popolo. In questo senso i canti ideali per la liturgia sono quelli che contemplano la presenza di un ritornello, intercalato ad una strofa che viene affidata alla corale. I canti presi dai Salmi, oltre ad avere il pregio di farci meglio conoscere la parola di Dio, hanno questa prerogativa. Per quanto riguarda il Salmo Responsoriale, ci si introduca subito con l'invito a ripetere il ritornello.
  2. I canti siano scelti tra quelli che sono più facilmente eseguibili dal popolo: ritmi troppo veloci o sincopati non sono connaturali alla maggior parte della gente; ci vogliono canti più melodici. Canti più ritmati possono essere utili nelle celebrazioni dedicate a gruppi giovanili. I corali sono i migliori per il nostro popolo.
  3. I canti non servono a cantare i nostri sentimenti, ma i misteri della fede.
  4. I canti siano in armonia con il tempo liturgico. Siano canti di fede; non sono da escludere canti legati alla tradizione popolare.
  5. L'assemblea ha sempre il vizio di rallentare e allargare i canti. Ci si deve sforzare di mantenere il tempo proposto.
  6. Bisogna ricercare l'intonazione giusta del canto: se troppo bassa scoraggia gli uomini a cantare e rende impossibile la gioiosità di alcuni brani; se troppo alta le donne fanno fatica.
  7. Nell'annunciare i canti si evitino prolissità del tipo “Canto sul libretto a pag … n°... Il tuo popolo in cammino”. Basta dire “Canto n°...” oppure “Canto: il Signore è il mio pastore”. O meglio ancora: “Accompagniamo la processione di … con il canto N°...”.
  8. Se possibile si tengano i testi ufficiali di canti (è un richiamo alla oggettività) e non le varianti introdotte nelle singole chiese dal gusto estetico di alcuni sacerdoti e cantori. Ciò eviterà confusione in occasione di raduni sovra-parrocchiali, diocesani, decanali. Si faccia riferimento al repertorio comune: Cantemus Domino.
  9. Attenzione importante che le corali dovrebbero avere sarebbe quella di istruire qualcuno del coro perchè sappia dirigere l'assemblea dei fedeli, con gesti essenziali e sobri. Una guida del canto, di fronte al popolo, favorirebbe l'innalzamento della qualità celebrativa.
  10. Non si vari troppo il repertorio dei canti, se non al variare del tempo liturgico, perchè altrimenti la gente non li impara più.

Alcune domande

  1. Quali difficoltà incontriamo per i canti: per il tipo di canto, per l'intonazione...?
  2. Quali i limiti prevalenti delle nostre corali?
  3. Come indurre la gente a cantare di più?
  4. Come evitare i “monopòli” liturgici da parte di chi pensa di essere padrone di alcuni servizi?